Tutti i ministeri sono in pesante ritardo nella spesa. La Ue apre allo spostamento delle somme non spese dal Pnrr ai fondi di coesione per avere più tempo a disposizione.
La relazione semestrale sull’attuazione del Pnrr che il governo Meloni ha approvato con un paio di mesi di ritardo tenda di addolcire una realtà estremamente amara che fotografa l’incapacità della macchina dello stato e delle regioni di spendere presto e bene.
Le 550 pagine della relazione alla Sezione II sono un elenco drammatico di progetti già riformulati o ridotti e di altri che si promette di rimodulare ulteriormente in futuro. Come nel caso degli asili nido, oggetto di un ennesimo “decreto Pnrr”: all’inizio del piano i fondi dedicati erano 4,6 miliardi, poi scesi a 3,6 miliardi, dei quali al 31 dicembre 2024 – a 16 mesi dalla scadenza del Piano – risultavano spesi solo 767 milioni, il 21% circa dei fondi disponibili. Stesso discorso per le grandi infrastrutture ferroviarie, gli studentati universitari, gli interventi nel settore idrico, nella mobilità verde, nella posa della fibra e digitalizzazione del paese.
Questi ritardi nella parte “investimenti” del Piano di ripresa è evidenziato dal dato relativo alla spesa: 63,9 miliardi a fine 2024 sa fronte di progetti attivati per un controvalore di 174,5 miliardi (il valore totale del Pnrr è oltre 194 miliardi, di cui 120 già incassati e 18,5 in procinto di esserlo a giorni). Di fatto, la macchina gestionale italiana è stata capace di spendere 20 miliardi in un anno, mentre dal 1° gennaio al 30 giugno 2026, data di scadenza del Pnrr, l’Italia ne dovrebbe spendere altri 130 miliardi, più di otto al mese, un esercizio di potenza di spesa che non è all’orizzonte.
La relazione del governo sul Pnrr nella Sezione I contiene un’interessante tabella col progresso finanziario del Piano diviso per amministrazione centrale di competenza, da cui si evince che nel disastro generale alcune realtà fanno ulteriormente peggio, come la struttura commissariale per le alluvioni in Emilia Romagna e nelle Marche, a cui sono stati assegnati fondi Pnrr per 1,2 miliardi e che al 31 dicembre aveva speso zero euro. Tra i grandi soggetti di spesa da citare il risultato del ministero del Lavoro che a fronte di 8,4 miliardi assegnati, registra solo il 72,9% delle misure attivate (la media è 92) e “ben” 562 milioni spesi, il 6,6% del totale. Disfatta conclamata anche per il ministero della Salute, nonostante la criticità del comparto per i servizi resi ai cittadini: a fronte dei 15,6 miliardi assegnati dal Pnrr sono stati spesi solo 2,8 miliardi (pari al 18%), facendo comunque meglio dell’Agricoltura (6,5 miliardi di fondi, spesi 627 milioni; meno del 10%) , o del Turismo (2,4 miliardi disponibili e meno di 300 milioni spesi, il 12%). Male pure per la Cultura (su 4,2 miliardi spesi meno di 600 milioni, il 14%).
Vanno meglio, molto relativamente parlando dinanzi al disastro appena descritto, il ministero dell’Interno (su 3,6 miliardi assegnati, 970 milioni spesi, il 27%), o le Infrastrutture (su 39,8 miliardi, 12 spesi, 30%) o del Dipartimento per la transizione digitale (2,8 miliardi spesi su 11,4 totali, 24,5%). Ancora meglio fanno i ministeri dell’Università e dell’Istruzione accumunanti in un’unica voce di spesa per 28,5 miliardi impegnata al 33-34% o del 47% di quello della Transizione energetica (15,9 spesi su 33,7 miliardi totali).
Per fortuna che la Commissione europea, oltre a ribadire che il Pnrr va completato tassativamente entro la data di scadenza di giugno 2026, apre ad una rimodulazione della spesa, spostando quelle opere che non si potranno completare entro la scadenza dal Pnrr ai piani di coesione, sempre previo accordo con la stessa Commissione, in modo da avere così almeno un paio d’anni in più per completarli.
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