Ma gli effetti potrebbero anche essere minori del temuto. Sui dazi all’Europa pesa il mancato rispetto del tetto del 6% di surplus commerciale mai rispettato dalla Germania dal 2008 ad oggi.
I dazi Usa decisi dal presidente Donald Trump rischiano di costare caro all’Italia, dove si indirizzano il 10% dell’export nazionale per un controvalore che nel 2024 ha superato i 64 miliardi di euro, cresciuto del 42% dal 2019 ad oggi. Ma potrebbero anche essere meno devastanti di quanto un primo calcolo potrebbe fare presumere.
A livello europeo, dopo la Germania che vanta un surplus commerciale nei confronti degli Usa di 86,7 miliardi di dollari, c’è l’Italia con 44,3 miliardi di dollari e le realtà più esposte potrebbero essere le produzioni di farmaceutici, prodotti meccanici come turboreattori e turbopropulsori, gioielleria, cibo, vino, olio e mobili.
Secondo il Centro studi Confindustria i settori dove le esportazioni americane pesano di più sono quelli delle bevande (negli Usa il 39% dell’export extra Ue), gli autoveicoli (30,7%), gli altri mezzi di trasporto (34%) e la farmaceutica (30,7%). Secondo la Svimez, in caso di dazi al 20% l’agroalimentare, il farmaceutico e la chimica, rischiano una perdita delle esportazioni tra il 13,5 e il 16,4%. Moda e mobili si difenderebbero meglio, e andrebbero incontro a un calo del 2,6%.
A livello macroeconomico, un dazio al 20% potrebbe comportare un calo del Pil italiano dello 0,2% e circa 50.000 posti di lavoro in meno, con un una ricaduta per l’economia nazionale valutabile tra i 15 e 20 miliardi di euro.
La reazione Usa, anche se con qualche errore macroeconomico di fondo per l’avere considerato come un dazio a danno delle merci Usa sul mercato europeo l’applicazione dell’Iva con una media del 21%, quando questa viene applicata indistintamente a tutti i prodotti venduti sul mercato continentale, a fronte di un dazio del 10% applicato su beni come le automobili in ingresso sul mercato europeo, è dovuta anche alla continua crescita del deficit commerciale americano che solo nel 2024 è cresciuto del 25,2%, toccando quota 1.130 miliardi, pari al 3,9% del Pil Usa. Un deficit che vede come principali protagonisti la Cina (un surplus di 295 miliardi) e i paesi Ue (con 236,7 miliardi). A pesare anche la crescita del debito pubblico statunitense, che a fine 2024 ha toccato il record di 26.230 miliardi di dollari, in crescita di 6.000 miliardi rispetto al 2023, con un deficit di bilancio del 6,4%.
A Bruxelles, competente in tema di commercio internazionale, nelle stanze della Commissione europea si punta ad una risposta ai dazi Usa in due fasi, rapida ma ponderata, da mettere in campo entro fine mese di aprile. La risposta dell’Ue si dislocherà su due binari, uno politico e l’altro commerciale. Quanto al primo, Bruxelles ribadirà ciò che, nelle ultime settimane ha già spiegato più volte il presidente della Commissione Ue, la baronessa Ursula von der Leyen: i dazi fanno male a tutti, sono ingiustificati e vanno a intaccare delle relazioni commerciali solidissime, come quelle transatlantiche. Allo stesso tempo l’Europa non chiuderà la porta al dialogo. Il commissario al Commercio e alla Sicurezza Economica Maros Sefcovic non ha mai interrotto i contatti con Washington, dove non è escluso che torni nei prossimi giorni. Anzi, a Bruxelles sta emergendo una convinzione: i dazi – e i contro dazi – sono solo il punto di partenza dei futuri negoziati tra Ue e Usa.
Sul piano commerciale la questione dei dazi Usa si complica. La Commissione, a quanto si apprende, sta preparando una risposta che sia innanzitutto equilibrata tra i Paesi membri, tentando di bilanciare al meglio gli effetti collaterali che deriveranno dai contro dazi a prodotti e servizi americani. Dapprima, la Commissione farà scattare i contro dazi su alluminio e acciaio. La sospensione, che scade il 13 aprile, non sarà prorogata. Poi, entro fine aprile, Bruxelles dovrebbe mettere in campo la sua reazione ai dazi legati al cosiddetto “giorno della liberazione dell’America”. In questo senso, decisivo potrebbe essere il Consiglio Ue Commercio che si terrà lunedì a Lussemburgo. E dove le spaccature tra i 27 sull’intensità della risposta da mettere in campo potrebbero emergere in tutta la loro gravità. L’unità europea nella risposta a Washington, per von der Leyen, è un elemento chiave. La Commissione probabilmente accompagnerà ai contro dazi un piano per un sopporto nel breve termine ai comparti economici più colpiti, a partire da quelli dell’agroalimentare.
Però, la stessa Unione europea non è esente da colpe, visto che non si è fatto nulla per fare rispettare quel 6% di tetto al surplus commerciale dei vari paesi dell’Unione, limite che dal 2008 ad oggi è stato quasi sempre ampiamente superato dalla Germania. Forse, se il limite del 6% al surplus fosse stato fatto rispettare con la stessa energia di quel 3% del deficit di bilancio, probabilmente oggi la situazione potrebbe essere diversa, sia nei confronti degli Usa che negli stessi rapporti interni dell’Ue.

Intanto, il Centro studi Unimpresa valuta le conseguenze dei dazi Usa per le famiglie italiane interessate ad una serie di rincari che potrebbero tradursi in un aumento dell’inflazione tra lo 0,3% e lo 0,5% su base annua, con una maggiore spesa complessiva variabile tra i 97 e i 163 euro annui, pari a un valore compreso tra 2,5 e 4,2 miliardi di euro all’anno.
L’impatto sulle imprese italiane potrebbe tradursi in un calo tra 5,6 e 8 miliardi di euro nel 2025, pari a un calo dell’8-12%, con una contrazione del Pil stimata tra lo 0,28% e lo 0,4%. A soffrire maggiormente saranno le piccole e medie imprese, che rappresentano il 60% delle 23.000 aziende italiane esportatrici verso gli Usa. Le Pmi rischiano di subire fino al 70% delle perdite totali, per un ammontare compreso tra 3,9 e 5,6 miliardi di euro, a causa della limitata capacità di assorbire i maggiori costi o spostare la produzione.
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