giovedì 27 Febbraio 2025
Altro

    Dal “Green Deal” al “Clean Industrial Deal”: cambia il nome, non la sostanza

    Von der Leyen svela gli aggiustamenti ai suoi clamorosi errori di percorso nella Commissione Ursula Uno, salvo che la Commissione Ursula Due perpetua negli errori strategici.

    Con il nuovoClean Industrial Deal” che va a sostituire parzialmente il famigeratoGreen Dealmodificandone l’applicazione, semplificandolo la burocrazia ossessiva e imperante tipica di tutte le regolamentazioni europee, ma mantenendo la barra dritta sui vincoli a senso unico ambientalista che hanno causato la crisi economica e sociale dell’Unione europea, il presidente della Commissione Ursula von der Leyen tenta di dare una mano di bianco sugli errori della sua precedente esperienza di governo comunitario, senza intervenire sulla sostanza.

    Bene la riduzione della burocrazia che, secondo la stessa von der Leyen, libererà risorse presso il settore manifatturiero per circa 6,3 miliardi di euro – mica bruscolini! -, ma ancora poco sui fondi freschi da immettere nel sostegno e rilancio dell’economia europea, quel sostegno che solo poche settimane fa all’Europarlamento un certo Mario Draghi aveva quantificato in almeno 800 miliardi euro all’anno, con solo 100 miliardi messi in gioco recuperati da fondi non spesi della gestione precedente, mentre il feticcio dell’azzeramento delle emissioni rimane immutato, così come il divieto di vendita di auto con motore termico al 2035, divieto che ha causato il crollo dell’economia continentale e causato anche un forte sommovimento politico alle elezioni tedesche, guarda caso proprio in quelle realtà dove la crisi del settore automotive è più forte.

    «Vogliamo tagliare i legami burocratici che vi trattengono», ha assicurato von der Leyen rivolgendosi direttamente rappresentanti industriali riuniti ad Anversa, portando con sé la promessa di un continente «di innovazione e produzione industriale». L’ambizione non manca, ma a scarseggiare sono i finanziamenti. Il commissario Ue per l’Energia, Dan Jorgensen, usa l’ironia per assicurare che alla Commissione europea si giuri sul report Draghi come altrove sulla Bibbia, ma la linea dell’ex premier sulla necessità di nuovi fondi per non precipitare in «una lenta agonia» sembra sostanzialmente disattesa.

    «La trasformazione verso il “greenrenderà la nostra industria grande: non “great again”, ma “ancora più grande del passato”», ha assicurato la vice di von der Leyen con delega alla transizione pulita, la spagnola Teresa Ribera, replicando a distanza di giorni alle bordate di Donald Trump secondo cui il “Green Deal” «è un imbroglio». Ma se da una parte Bruxelles conferma la sua agenda di decarbonizzazione, dall’altra dà una leggera spallata al “Green Deal”, simbolo della prima legislatura von der Leyen, alleggerendone il carico normativo sulle spalle delle aziende.

    Dal “Green Deal” al “Clean Industrial Deal”: tassonomia, tassa sul carbonio alle frontiere, norme sulla sostenibilità aziendale e obbligo di rendicontazione: sono i quattro i tasselli legislativi che Bruxelles – sotto la pressione dell’industria e di quel Ppe cui appartiene anche la stessa von der Leyen – ora propone di snellire in quello che sarà soltanto il primo di una lunga serie di pacchetti di semplificazione che arriveranno nei prossimi mesi.

    «Semplificazione non vuol dire deregultation: non stiamo cambiando i nostri target del “Green Deal”, che rimangono dove sono», hanno scandito a più riprese Ribera e il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, presentando la tagliola burocratica finalizzata a ridurre del 35% gli oneri amministrativi per le Pmi entro il 2029, con un risparmio stimato di 6,3 miliardi di euro. Il rilancio della competitività industriale passa anche per costi dell’energia più bassi per le imprese, a cui Bruxelles dedica un piano ad hoc a neanche un anno dall’entrata in vigore della sua riforma del mercato elettrico che puntualmente si è rivelata fallimentare.

    In attesa di una raccomandazione ai governi per tagliare le tasse sull’energia e di uno schema di incentivi per i consumatori per scongiurare picchi di domanda nelle ore più costose, la Commissione stima che l‘integrazione di queste misure porterà a un «risparmio complessivo stimato di 45 miliardi di euro nel 2025, che aumenterà progressivamente fino a 260 miliardi di euro entro il 2040». E intanto chiude con fermezza all’idea di tornare indietro sul tetto al prezzo del gas, come richiesto dall’Italia e da altre capitali. «E’ il mercato che decide i prezzi», ha messo in chiaro Jorgensen, promettendo entro un mese la tabella di marcia per liberare l’Ue dai combustibili fossili russi. E anche sullo stop al gas del Cremlino nessuna marcia indietro, nemmeno dopo l’eventuale accordo di pace con l’Ucraina. Con l’Unione europea che continuerà a pagare l’energia multipli degli Usa o della Cina, rendendo irrealistica una seria competitività della manifattura europea, per di più esposta ai dazi Usa al 25%.

    Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie de “Il NordEst Quotidiano” e “Dario d’Italia”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata. 

    Ti piace “Lo Schiacciasassi”? Iscriviti qui sul canale YouTube di “ViViItalia Tv”

    Ti piace “ViViItalia Tv”? Sostienici!

    YouTube

    Telegram

    https://t.me/ViviItaliaTv

    Linkedin

    https://www.linkedin.com/company/viviitaliatv

    Facebook

    https://www.facebook.com/viviitaliatvwebtv

    © Riproduzione Riservata

    spot_img

    ULTIME NEWS

    LO SCHIACCIASASSI